La consapevolezza come potere
Nicola
Nicola
Scrivere questa lettera non significa solo riassumere un percorso di dimagrimento, ma dare un senso profondo ai passi compiuti. È la testimonianza di come io sia riuscito a trasformare una “dieta” — spesso vissuta come un’imposizione o una punizione — in un autentico percorso di consapevolezza. Per chi, come me, affronta la vita con mente analitica, documentare questa evoluzione è fondamentale: serve a fissare il momento in cui il rapporto tra paziente e professionista smette di essere una transazione di grammi e diventa un’alleanza strategica.
Tutto è iniziato grazie a mio fratello Stefano. Prima del suo consiglio, avevo già tentato altre strade, ma mi ero sempre scontrato con un approccio freddo: “Mangia questo e arrangiati”. Mancava il supporto morale, mancava la psicologia, mancava l’umanità. Avevo bisogno di qualcuno che non si limitasse a dirmi cosa non mangiare, ma che mi spiegasse le ragioni biologiche e psicologiche dietro ogni scelta. Avevo bisogno di capire i “perché”, perché solo comprendendo la logica delle cose riesco a fare mie.
Nel mio percorso, ho scoperto che il “sapere” è lo strumento più potente per mantenere i risultati nel tempo. Senza la conoscenza, rimani un esecutore passivo destinato a cedere; con la conoscenza, diventi l’architetto della tua salute.
C’è un mantra che mi ha accompagnato: “La conoscenza è potere”, che col tempo si è evoluto in “Sapere è Consapevolezza”. Da appassionato di filosofia, ho ritrovato in questo cammino i pilastri dello stoicismo: la qualità della nostra vita non dipende dagli eventi esterni che non controlliamo, ma da come decidiamo di elaborare internamente ciò che ci accade. La consapevolezza di sé, nutrita dalla conoscenza tecnica, permette di raggiungere un equilibrio in cui non sei più schiavo degli impulsi emotivi, ma padrone delle tue percezioni.
Un elemento chiave è stata la “mentalità giovane” di Lucia. Dove vivo io esistono nomi storici della dietetica, ma spesso sono ancorati a una logica vecchia, quasi gerarchica, in cui il professionista è il custode di segreti che il paziente deve solo eseguire senza fare domande. Trovare un approccio aggiornato, basato sulla trasparenza e sulla condivisione del sapere, ha trasformato la mia fiducia in una collaborazione attiva.
Grazie a questo scambio, ho appreso nozioni che hanno ribaltato le mie convinzioni:
- L’acqua: Non un semplice contorno, ma il motore del funzionamento organico.
- I grassi: La riscoperta dell’olio d’oliva come alleato, ma anche la necessità di gestirlo e diversificare le fonti lipidiche.
- I cereali: La fine del mito del “prodotto pubblicizzato”. Che sia riso, frumento o cereali integrali, ho imparato a guardare oltre l’etichetta per capire l’impatto biochimico reale sul mio corpo.
La modernità del percorso si è riflessa anche nella modalità di fruizione. Nonostante la distanza fisica, il supporto tramite Google Meet ha annullato ogni barriera. Ho capito che la presenza fisica non è fondamentale quando la connessione umana e la chiarezza del messaggio riescono a passare attraverso lo schermo.
Ma la vera rivoluzione per la mia mente è stata la Udiet®. Da matematico, ho adorato la logica degli “interchangeable blocks” (blocchi intercambiabili). Invece di una lista rigida che ti impone 100g di riso a un orario prestabilito, questo sistema ti consegna un’architettura:
- Hai un totale di Unità giornaliere (proteine, grassi, carboidrati, fibre).
- Hai la libertà assoluta di riempire quei blocchi con ciò che preferisci.
- Puoi “giocare” con la distribuzione: se non riesco a consumare certe Unità a colazione, so esattamente come splittarle durante il resto della giornata senza squilibrare il totale.
Questa flessibilità trasforma la dieta in una linea guida dinamica e non in una prigione di carta.
Nessun piano alimentare regge se non sopravvive al mondo reale. La mia sfida quotidiana si chiama mensa aziendale: 45 minuti di tempo e un menu non sempre ideale, dove la pasta è spesso carica di burro.
Qui entra in gioco la consapevolezza. Ho imparato a “fare l’occhio” alle porzioni e a scegliere strategicamente. Se oggi ho voglia della pasta della mensa, la prendo, ma so che per il resto della giornata dovrò stare più attento ai grassi. Altrimenti, scelgo una “insalatona” con uova e pomodori: un pasto che copre le mie unità in modo bilanciato.
Come matematico, ho smesso di ossessionarmi con il valore assoluto della bilancia. Se la mia bilancia segna 122 e quella dello studio 120, il numero in sé non conta nulla. Ciò che conta è il “Delta”, ovvero la differenza di valore nel tempo. Se io passo da 120 a 116, quel -4 è la prova matematica che il sistema funziona. È il trend, non la singola pesata, a darti la misura del successo.
Ho scoperto che il benessere fisico non è un compartimento stagno. Quando vinci la sfida con il cibo, si innesca quello che chiamo “effetto biliardo”: una pallina colpita bene ne urta altre, portando energia positiva nel lavoro, in famiglia e nella motivazione personale. Ogni chilo perso è una pallina che va in buca, rendendo più facile affrontare le sfide successive.
Questo percorso mi fa sentire più giovane e mi ricorda un’altra mia grande vittoria: sono passati 18 anni da quando ho posato l’ultima sigaretta. Allora, smettere di fumare mi diede la spinta per andare in palestra; oggi, imparare a mangiare è lo step evolutivo successivo. Il rapporto con il cibo ci accompagna tre volte al giorno per tutta la vita: averne il controllo significa avere la chiave dell’equilibrio psicofisico.
Il corpo ragiona sul lungo periodo. Esiste una scala temporale per le abitudini che ho imparato a rispettare: un giorno, una settimana, un mese, sei mesi, un anno, dieci anni. Superati i dieci anni, l’abitudine è scolpita nell’identità, proprio come per me è ormai naturale non fumare.
Il segreto sta nel trasformare l’automatismo in scelta. Pensate alla birra: berne una ogni sera è un’abitudine (spesso dannosa); berne una ogni dieci giorni, quando se ne ha davvero voglia, è un piacere. Quando la disciplina diventa consapevolezza, il “contentino” smette di essere un vizio e torna a essere una ricompensa conquistata, con un sapore infinitamente più buono.
A chi sta pensando di iniziare, dico: cercate il vostro “momento giusto”. Cambiare alimentazione significa scardinare abitudini radicate, e per farlo serve spazio mentale. Serve un periodo di relativa calma in cui potersi dedicare a inserire nuovi ritmi senza lo stress di dover “strafare”.
Con la consapevolezza di chi ha finalmente smesso di lottare contro il cibo per iniziare a sceglierlo.
Nicola
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